Santi da scopertine/coprire
BEATO GIOVANNI BATTISTA SCALABRINI

Di Patrizia Solari




Il 9 novembre dello scorso anno, Giovanni Paolo II ha proclamato beato un vescovo nato nel 1839 a Fino Mornasco in provincia di Como: Giovanni Battista Scalabrini.
È ordinato sacerdote nel 1863, diventa professore e rettore del Seminario minore di Como, parroco di San Bartolomeo in Como e dal 1876 fino alla morte, nel 1905, vescovo di Piacenza.

Appena consacrato vescovo, all'età di soli 36 anni, di fronte alla situazione della diocesi si trova ad affrontare un insieme di problemi complessi e pesanti: "un territorio vasto, a volte impervio; un'economia basata prevalentemente sull'agricoltura; redditi bassi tanto che sempre più frequentemente la popolazione è costretta ad emigrare in cerca di sorte migliore. (...) a volte la formazione intellettuale e spirituale del clero è davvero carente, non c'è il contatto con i fedeli che in questo modo si allontanano dalla Chiesa, manca un'istruzione religiosa". Scalabrini non si perde d'animo. Riforma gli studi ecclesiastici dei seminaristi dando vigore alla disciplina e alla spiritualità sacerdotale. 'Lavorare, affaticarsi in tutti i modi per dilatare il regno di Dio e salvare le anime. Mettersi in ginocchio davanti al mondo per implorare come una grazia il permesso di fargli del bene, ecco l'unica ambizione del prete. Quanto egli ha di potere, di autorità, di industria, di ingegno, di forza, tutto adopera a questo fine', scrive sulla rivista Il prete cattolico.

Ma non basta. Scalabrini è un acuto osservatore della sua epoca. Sono gli anni della 'questione operaia', dell'avvento del socialismo che allontana il popolo dalla Chiesa, è in atto il processo di cristianizzazione. Non è sufficiente una sterile condanna: è necessario contrapporre al socialismo l'azione sociale cristiana. (...)
È necessario educare, arrivare direttamente al cuore della gente. Istituisce la Scuola di catechismo `che non si limita ad insegnare ai fanciulli la verità della fede, ma educa i fanciulli stessi alla fede; non insegna soltanto il cristianesimo, ma educa al cristianesimo. Non bisogna solo istruire, ma educare; non coltivare e sviluppare solo la mente, ma il cuore'. E il suo messaggio non si rivolge certo solo ai fanciulli. Nella Scuola di catechismo coinvolge sacerdoti, religiosi, ma soprattutto laici. A tutti ripete di avere come unico modello Cristo, di porsi alla sua sequela seguendo le orme di san Paolo. 1)

"Santo è il tempio di Dio, che siete voi" (1 Cor 3, 17).
L'universale vocazione alla santità fu costantemente sentita e vissuta in prima persona da Giovanni Battista Scalabrini. Amava ripetere spesso: "Potessi santificarmi e santificare tutte le anime affidatemi!". Anelare alla santità e proporla a quanti incontrava fu sempre la prima sua preoccupazione.

Profondamente innamorato di Dio e straordinariamente devoto all'Eucaristia, egli seppe tradurre la contemplazione di Dio e del suo mistero in una intensa azione apostolica e missionaria, facendosi tutto a tutti per annunciare il Vangelo. Questa sua ardente passione per il regno di Dio lo rese zelante nella catechesi, nelle attività pastorali e nell'azione caritativa specialmente verso i più bisognosi. Il Papa Pio XI lo definì "l'Apostolo del catechismo" per l'impegno con cui promosse in tutte le parrocchie l'insegnamento metodico della dottrina della Chiesa sia ai fanciulli che agli adulti. Per il suo amore verso i poveri, e in particolar modo verso gli emigranti, si fece apostolo dei numerosi connazionali costretti ad espatriare, spesso in condizioni difficili e col concreto pericolo di perdere la fede: per essi fu padre e guida sicura.

(Dall'omelia di Giovanni Paolo II alla messa di beatificazione di Giovanni Scalabrini)


L'attuale superiore della Congregazione da lui fondata così descrive le sue molteplici iniziative: "Gli impegni sociali di Scalabrini vanno dalla carità e dall'assistenza immediata di fronte alle necessità e miserie del prossimo (colerosi, ammalati, carcerati), all'organizzazione in grande stile di fronte alla carestia dell'inverno 1879-80 (comitati per la distribuzione degli aiuti - che tra le altre cose provvedevano undicimila minestre al giorno -, il riscatto dei pegni), quando vendette i cavalli, il calice e la croce pettorale regalatigli da Pio IX.

Organizzò società di mutuo soccorso, associazioni operaie, casse rurali, cooperative, si interessò ai contratti colonici e, in una diocesi prevalentemente agricola (su 365 parrocchie ne contava ben 220 in zone di alta collina e montagna), istituì "cattedre agricole" nel seminario diocesano e in quello di Bedonia e promosse le "conferenze agrarie". (...) Affermava: 'Il soccorso mutuo e la previdenza sono due forme moderne di fare il bene al prossimo, che riuniscono ad un'ora i vantaggi della carità e quelli dell'educazione, in quanto che facendo partecipi dell'atto benefico i beneficandi, li avvezza a pensare all'avvenire, ad essere provvidenti e previdenti: 'La sua intuizione e la sua capacità organizzativa si vedono però in tre settori: i sordomuti, le mondariso, gli emigrati." 2) Nel 1878 si preoccupò di fare un censimento dei sordomuti in tutta la diocesi; l'anno seguente iniziava l'Istituto di carità per l'istruzione dei sordomuti e nel 1880 dedicò una lettera pastorale all'istruzione dei sordomuti. "L'opera dei mondariso nasce a Piacenza il 16 novembre 1903, allo scopertine/copo di tutelare gli interessi materiali e morali di lavoratori e lavoratrici emigranti per il lavoro temporaneo nelle risaie: costituendo, cioè, uffici del lavoro per il collocamento dei lavoratori e il contratto collettivo. (...)

Ma Scalabrini è più generalmente conosciuto come "padre dei migranti", per la sua opera a difesa dei diseredati che, sul finire del secolo scorso, lasciavano a centinaia di migliaia l'Italia per cercare lavoro nelle terre americane. (...) L'obiettivo di Scalabrini era mantenere unite le comunità italiane all'estero, salvaguardandone la lingua e la cultura assieme ai valori religiosi, così da fornire loro una piattaforma sufficientemente solida per intraprendere l'integrazione nelle nuove realtà da posizioni di sicurezza e non di asservimento. (...) Scalabrini è uomo di fede e vescovo, e confronta, senza confondere i livelli di analisi, la lettura socio-economica e politica dell'emigrazione con i valori e le convinzioni che deriva dalla fede e dalla sua preoccupazione pastorale. (...) Non gli interessa rispondere alla domanda se l'emigrazione sia un bene o un male, ma come venire in aiuto alle persone coinvolte nel fatto migratorio. (...) Imposta perciò il problema sul piano concreto degli interventi, anche se ne ricerca le cause e le denuncia con estrema chiarezza". 3) Interessanti sono le considerazioni di Scalabrini su alcuni aspetti sicuramente ancora attuali sulla questione dell'incontro di popoli diversi. Egli diceva, contrapponendo le migrazioni per motivi di lavoro alle invasioni barbariche: "Non più l'impeto di una fiumana che tutto travolge, ma il dilagare placido delle acque che fecondano. Non più soppressione di popoli, ma fusioni, adattamenti, nei quali le diverse nazionalità si incontrano, si incrociano, si ritemprano e danno origine ad altri popoli. (...) Mentre le razze si mescolano, si estendono e si confondono, attraverso il rumore delle nostre macchine, al di sopra di tutto questo lavorio febbrile, di tutte queste opere gigantesche, e non senza di loro, si va maturando quaggiù un'opera ben più vasta, ben più nobile, ben più sublime: l'unione in Dio per Gesù Cristo di tutti gli uomini di buon volere". 4)

"Scendendo sul terreno pratico Scalabrini riconosce però che 'i fatti sociali ben di rado sono assolutamente buoni o assolutamente cattivi; ma possono essere o l'uno o l'altro, a seconda delle circostanze'. L'emigrazione comunque è 'un diritto naturale' e poiché 'i diritti degli uomini sono inalienabili', l'uomo 'può andare a cercare il suo benessere ove più gli talenti'. Di fatto l'emigrazione, sia quando è 'abbandonata a se stessa e senza guida' sia quando è indotta da agenti senza scrupolo (...) diventa 'uno sforzo che fiacca, una febbre che lentamente consuma' (l'organismo sociale). Ecco quindi l'affermazione centrale: 'Libertà di emigrare ma non di far emigrare'. Mentre l'emigrazione 'spontanea' apre 'al contatto di altre leggi e di altri costumi' e allarga 'il concetto di patria oltre i confini materiali e politici, facendo patria dell'uomo il mondo', l'emigrazione 'stimolata' sostituisce al vero bisogno 'la rabbia dei rapidi guadagni o un mal inteso spirito di avventura di spostati e di illusi' e quindi diventa un danno e un pericolo. Da un lato occorre, perciò, consigliare e guidare quanti stanno per prendere la decisione di emigrare, affinché possano valutare correttamente la scelta che fanno; accompagnarli poi ai porti di imbarco e assisterli durante il viaggio; aiutarli, infine, nel periodo di inserimento nel nuovo ambiente. D'altro canto occorre dichiarare una 'guerra senza tregua ai trafficanti di carne umana' ( ...).

Quanto alle leggi per regolare l'emigrazione, Scalabrini è contrario alle restrizioni generalizzate, che considera 'inutili, ingiuste e dannose': inutili perché non arriverebbero mai a sopprimere l'emigrazione, ingiuste perché ostacolerebbero il libero esercizio di un diritto, dannose perché l'emigrazione prenderebbe altre vie, cadendo 'più facile preda alle ingorde speculazioni degli agenti di migrazione'. Da qui la sua conclusione: 'L'importante di una legge non è tanto di essere liberale, quanto di essere buona, e buona per me non è la legge più larga, bensì quella che, basata sulla giustizia, meglio provvede per quei bisogni per cui è stata fatta'." 5)

"Tra il 1887 e il 1889 fonda la congregazione dei Missionari di San Carlo Borromeo e l'aggregazione laicale San Raffaele per garantire tutela legale e sanitaria, fornire informazioni e favorire il collocamento nei posti di lavoro (...) e soprattutto sostenere l'assistenza religiosa sin dalla partenza. (...) Nel 1901 decide di raggiungere i suoi preti, di farsi missionario. Si imbarca per gli Stati Uniti. Durante il viaggio celebra quotidianamente la messa, amministra Comunioni e Cresime, assiste i malati, diffonde il catechismo. (...) Si mette subito in viaggio percorrendo più di 15.000 chilometri per incontrare tutte le comunità, vuole conoscere, incontrare le persone. (...) Prima di ripartire per l'Italia ha un lungo colloquio con il presidente Roosevelt proprio sul problema dell'immigrazione. Non lascia niente di intentato perché non si smarrisca la fede. Nel 1904 riparte. Meta: l'America Latina: E anche qui mai un momento di riposo. Visita le fazendas, le colonie di italiani. Si rende conto della necessità di avere scuole proprie, adatte a facilitare l'inserimento dei più giovani nella nuova società. (..) I viaggi lo hanno ormai fisicamente provato. Il 21 maggio dei 1905 è colto da malore mentre si trova nella parrocchia di Borghetto, al termine della quinta visita pastorale. Il 28 maggio viene sottoposto ad una operazione chirurgica. Tutto sembra andare per il meglio, poi il 31 maggio subentra una grave crisi. Gli vengono amministrati i sacramenti. Il Signore lo chiama a sé il 1. giugno. Tra le strade di Piacenza subito corre una voce: 'Abbiamo perduto un Vescovo santo'." 6)



1) da "Tracce", rivista di CL, n. 11, dicembre 1997
2) da "30giorni", n. 11, novembre 1997
3) ibid.
4) ibid.
5) ibid.
6) "Tracce", ibid. 1